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Codice antimafia. Una vittoria a metà

I fatti. Il parlamento ha aggiornato il codice antimafia del 2011. A spingere per questa riforma è stata anche una legge di iniziativa popolare sostenuta da Cgil, Libera, Arci, Acli, Legambiente, Avviso pubblico, Sos Impresa, il Centro studi Pio La Torre. Il cammino è stato lungo e i risultati controversi. Per migliorare la lotta alla mafia viene riorganizzata l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati alla mafia che avrà 200 dipendenti. Molte norme di concentrano proprio su questo obiettivo, contrastare la mafia anche sul piano patrimoniale. Le misure di prevenzione, sulla persona e sul patrimonio, vengono poi estese anche ad altri reati equiparati alla mafia quanto a pericolosità sociale: il terrorismo (pensiamo all’Isis), lo stalking e l’associazione a delinquere per reati contro la pubblica amministrazione (la corruzione). Il sequestro patrimoniale dei beni si applica anche agli indiziati di questi reati, purché il giudice riscontri comportamenti socialmente pericolosi e reiterati.

I numeri. Il patrimonio sottratto alla criminalità vale circa 25 miliardi di euro. I dati del 2015 indicano: 150 mila beni, di cui 70 mila beni immobili, 55mila beni mobili e 10.600 le aziende. Sono concentrati al sud, ma anche Lazio e Lombardia. Mentre i beni immobili vengono spesso affidati ad associazioni o enti in modo funzionale, per le aziende il problema è diverso. Complici i tempi lunghi della giustizia, il 90% delle aziende sequestrate alla mafia falliscono in attesa della confisca definitiva. Le aziende affidate a commercialisti, scelti da appositi elenchi e affiancati dai Prefetti, vengono amministrate, saldate fatture, pagati stipendi: ma questo non può bastare a tenere in vita un’attività commerciale. Infatti, da tempo Confindustria chiede di affiancare ai commercialisti dei manager che siano in grado di condurre le aziende facendole sopravvivere.

Le critiche. Le perplessità sul nuovo codice antimafia che è stato approvato a maggioranza (coi voti del Pd e il no di M5S, Forza Italia e l’astensione della Lega) sono principalmente due: l’eccessivo ricorso a misure di prevenzione e l’equiparazione tra corruzione a mafia. Alcuni (tra loro il costituzionalista Valerio Onida) dicono che la misura preventiva nei confronti di non condannati è un anticipo della pena che non si può tollerare, se non solo di fronte a gravissimi sospetti (mafia e terrorismo). Per contrastare reati gravi come la corruzione, ma anche la mafia, ci vogliono sopratutto processi e condanne. Per l’equiparazione tra corruzione e mafia (bocciata anche da Raffale Cantone, presidente dell’Autorità anti corruzione), le critiche riguardano il fatto che mentre la mafia si basa sulla costrizione e la violenza, la corruzione invece comporta un certo consenso, e questo deve riflettersi anche nelle norme penali. Il presidente di Confindustria Boccia parla poi di pregiudizio ideologico contro gli imprenditori.

La conclusione. Forse, invece di inseguire le sirene del populismo inserendo la corruzione (tipico reato del rapporto tra politici e imprenditori) tra i reati mafiosi, si poteva anche affrontare la questione sul piano tecnico dando risposte alle domande poste dalle associazioni imprenditoriali sul tema del sequestro dei beni. Bloccare i comportamenti illeciti riconvertendo le attività economiche dev’essere infatti una priorità se non si vuole dare il segnale che la mafia da lavoro e lo stato lo toglie. Come distinguere quali rami di un’azienda, appartenuta a un mafioso, siano cresciuti illecitamente (non pagando tasse o o ottenendo appalti in modo illegale)? Come controllare se l’azienda ha fatto transitare denaro sporco? Perché non investire i proventi della vendite dei beni confiscati alla mafia nella gestione delle aziende sequestrate che rappresentano comunque un opportunità occupazionale per coloro che ci lavorano? Perché non affiancare ai commercialisti anche dei manager che siano in grado di condurre le aziende altrimenti destinate al fallimento?

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