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Buone maestre e cattivi pensieri

Ci siamo occupati della decisione del comune di Rimini di appaltare ai privati il 30% dei posti pubblici in asili nido e scuole dell’infanzia. Una scelta criticata da molti genitori, che temono per la qualità del servizio, e dai sindacati degli insegnanti, preoccupati per posti di lavoro e stipendi. I servizi per l’infanzia (un misto di 60% pubblico e 40% privato) sono oggi valutati con alti livelli di soddisfazione dai riminesi (9.4 su 10). D’altra parte il comune ammette di non attendersi alcun risparmio economico: “non è questo il motivo” ha detto l’assessore. Se non è per migliorare un servizio già ottimo e nemmeno per risparmiare denaro pubblico, perché privatizzare? “Perché rischiavamo di lasciare a casa 100 bambini, non abbiamo un numero sufficiente di insegnanti” ha risposto l’assessore anche perché “ci sono educatrici che non sono più idonee e vanno assorbite in altre funzioni”. Del resto, stare in classi di 25 bambini piccoli tutti i giorni per 20 anni può causare lombalgie, ernie, sordità. Ma per garantire il personale nella scuola dell’infanzia non c’è il decreto Madia n.113 del 2016 che prevede per la scuola deroghe al patto di stabilità? “Ne abbiamo assunte tante ma ci sono altrettante figure non idonee e quindi si sforano i tetti”. I sindacati e i comitati dei genitori sostengono, invece, che si sarebbero potute assumere altre educatrici e che la volontà del comune di appaltare alle cooperative sia il vero motivo della decisione. Dalle cooperative – dicono – provengono alcuni membri della giunta.

Al termine dell’intervista sono intervenuti gli ascoltatori e uno di loro esprimendo evidentemente l’opinione di molti, ha detto: “io manderei le maestre che si lamentano a lavorare in fabbrica”. Benissimo. Ci sono lavori peggiori che fare la maestra alla materna e ci sono dipendenti pubblici fannulloni. Sarà però che non mi aspettavo che questo genere di argomentazioni prevalessero sul tema dell’educazione dei figli e dei servizi alle famiglie, ma non ho avuto la prontezza di rispondere “a tono” all’ascoltatore. Lo faccio adesso, mettendo al vostro servizio alcune domande alle qualie se volete potete rispondere tramite il blog.

1) Per quale motivo giustizia per gli operai sarebbe fatta peggiorando le condizioni delle maestre, che certo non guidano la classifica dei privilegiati? Togliendo qualche diritto alle maestre, migliorerebbero forse le condizioni dei lavoratori delle fabbriche? Davvero ci sentiamo meglio sapendo che gli altri stanno peggio?

2) Certo, ci sono dipendenti pubblici che s’imboscano, che timbrano e vanno a fare la spesa. Benissimo, anzi malissimo. In ogni caso, individuiamoli senza ombra di dubbio e puniamoli senza remore, anche licenziandoli. Però, perché prendersela con l’intera categoria dimenticandosi di quelli che fanno correttamente il loro lavoro?

3) Continuo anche a non capire che gusto autolesionistico ci sia a volere il peggio per gli insegnanti, per quelle persone cioè che crescono i nostri figli. Se non lo facciamo per amore dei bambini (può darsi che l’ascoltatore non avesse figli o non fosse lui a curarsene), basterebbe ricordarsi che tra i bambini c’è anche la classe dirigente del futuro, un futuro prossimo visto che in 20 anni cambia una generazione.

4) Certo, l’ascoltatore che “pensa male” non rappresenta tutti ma è in tono con l’umore dei tempi. Pur giustificato da alcuni fatti, questo umor nero che va tanto di moda (“sapesse signora mia come siamo messi”) forse non lascia spazio a pensieri positivi di sorta? Ma possiamo sopravvivere così?

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